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20 anni fa il primo grande Pantani




20 anni fa il primo grande Pantani

Jun 27, 2012

Ventisette giugno 1992. Quel giorno Marco Pantani diventa ufficialmente… Marco Pantani. E’ il successo al Giro baby a far gridare al fenomeno: partito malissimo, compie un capolavoro sulle Dolomiti scattando da lontano, come poi avrebbe fatto anche da pro nei suoi trionfi al Giro d’Italia e al Tour de France. Una strategia studiata con Pino Roncucci, suo storico ds alla Giacobazzi, prima della frazione decisiva: “Non siamo qui per vincere la tappa, siamo qui per vincere il Giro: attacca subito” è l’ordine. Detto fatto: Pantani, dopo la vittoria del giorno precedente a Cavalese fa il bis ad Alleghe – e due anni più tardi solo un profano del ciclismo avrebbe potuto sbalordirsi della celebre doppietta a Merano e all’Aprica – e mette in cassaforte il Giro (più la maglia dei Gpm). Nella classifica finale i battuti sono il siciliano Vincenzo Galati e Andrea Noé, staccati di 1’32” e 2’16”.


Prima di allora il Pirata era ‘solo’ una giovane promessa del ciclismo. Una delle tante. Anche se in Romagna lo conoscevano bene e per lui avrebbero messo la mano sul fuoco già da tempo. Chiedere ad esempio a Claudio Savini e ad Alfio Vandi che in allenamento prendevano regolarmente la paga in salita da quel ragazzino ancora senza patente e peli sul mento.
Nel ’90 e nel ’91 Pantani al Giro baby aveva chiuso terzo e poi secondo. Il terzo anno completa il suo personale podio prendendosi la rivincita pure sul destino che, tra incidenti e contrattempi vari, non gli era mai stato amico in quella corsa. Non a caso il padre Paolo ha sentenziato: “Quella è stata l’edizione dove è andato tutto bene”. O quasi perché non è proprio una passeggiata. Alla vigilia delle Alpi lo scalatore di Cesenatico è settimo in classifica, lontano dal leader Alexander Gontchenkov. Nessuno punterebbe una lira su Marco. Tranne lui stesso e la sua tribù, naturalmente. Un vero e proprio clan dove tutti lavorano per il capitano, il numero uno designato dalla natura prima che dalla strada. Un’organizzazione gerarchica ma basata su vincoli di affetto e amicizia che poi si sarebbe riproposta nella Mercatone Uno, la ‘nazionale’ romagnola del ciclismo professionistico. Semel abbas semper abbas dicevano i latini: chi ha vestito anche una sola volta quella divisa resterà in perpetuo gregario del Pirata. Anzi, qualcosa di più, un angelo. Proprio come è avvenuto per Fausto Coppi, la morte prematura del campione ha proiettato anche i suoi uomini in una dimensione extrasportiva, quasi metafisica.


In quel Giro d’Italia dilettanti – partito il 16 giugno da Marotta con arrivo, appunto, il 27 a Gaiarine, nel Trevigiano – con Pantani pedalano Nicola Raffaele, Stefano Chiodini, Enrico Bonetti, Davide Taroni, Davide Dall’Olio, Sergio Barbero, Giuseppe Tartaggia, Stefano Cembali, Andrea Patuelli, Cristiano Andreani e Stefano Donati. La maglia è quella gialla – il colore preferito di Marco, quella della Mercatone Uno e, ça va sans dire, del Tour de France – della selezione regionale dell’Emilia-Romagna guidata dal ds Orlando Maini. Una seconda pelle più che una casacca: Pantani era così orgoglioso delle sue radici che anche all’apice del successo avrebbe rifiutato di trasferirsi a Montecarlo o in altri paradisi fiscali non sconosciuti ad altri corridori di grido. “Sono romagnolo, sono di Cesenatico – diceva – il mio posto è qua”.
ECon