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Chiarini, se andare forte è una colpa




Chiarini, se andare forte è una colpa

Apr 7, 2012

“Hai visto come va forte il Chiaro?”. Una banale osservazione tra ciclisti ha fatto drizzare le orecchie agli 007 della procura antidoping. Che, con un paio di sillogismi da fare invidia a quelli aristotelici, sono arrivati a mettere sotto inchiesta Riccardo Chiarini. Salvo, dopo mesi di buchi nell’acqua, chiederne il proscioglimento. Proprio come l’Ulisse di Joyce, il tortuoso ragionamento degli acchiappafantasmi del Coni non è alla portata di tutti. Per l’interpretazione dei passaggi più arditi serve un bignamino. Proviamoci, dunque: due corridori già indagati parlano di un terzo, Chiarini appunto, stupendosi dei suoi progressi. Basta il sospetto (?) dei sospettati a far scattare il procedimento anche nei confronti del corridore tosco-romagnolo dell’Androni. Roba da giustizialismo all’amatriciana considerato che il tribunale ordinario – la procura di Padova – nel frattempo non ha trovato niente di niente su Chiarini. Perquisizioni e intercettazioni non hanno prodotto uno straccio di prova. Tranne quell’imbarazzante – ma indovinate un po’ per chi – scambio di opinioni fra due corridori finiti sotto la lente dell’antidoping.
Finisce come deve finire, in una bolla di sapone. Ma mica subito. Chiarini passa mesi con quel peso sulla coscienza. Lui è a posto ma, grande conquista di civiltà giuridica, i ciclisti hanno qualcosa da nascondere per principio. Ormai è un assioma: dimostrino loro di essere ‘puliti’. Nei giorni scorsi finalmente tutti si convincono che Chiarini, 28 anni, è innocente. Dopo un paio d’anni di tribolazioni la vicenda è chiusa: la procura antidoping chiede l’archiviazione del caso. Non c’è neanche il deferimento, fosse stata una corsa Chiarini avrebbe vinto con mezz’ora di distacco sul secondo. Adesso manca solo l’atto che chiuderà formalmente e definitivamente il procedimento. Magari gli inquisitori potrebbero aggiungere anche un paio di paroline (per quel che valgono): “Ragazzo, ci siamo sbagliati. Scusaci tanto”. Un ristoro morale che però non ripagherebbe Chiarini delle tribolazioni e del tempo perso, considerato che negli ultimi mesi l’Androni giocattoli, legittimamente spaventata dalla piega presa dagli eventi, lo aveva tenuto in naftalina: quest’anno neanche una corsa per lui.
Eppure il vincitore del Trofeo Matteotti 2010 non ha mai mollato. Si è preparato come se dovesse partire per il Tour – forse è questo il segreto del miglioramento negli anni, che dite? – macinando salite e dislivelli tutti i giorni. E’ uscito pure quando a Crespino sul Lamone, la frazione di Marradi dove abita assieme alla famiglia, era sommersa dalla neve. E perfino a dieci sotto zero in mountain bike. Ha spianato le colline faentine con la rabbia del perseguitato ma anche con la serenità dell’innocente. In vetta, prima di allacciarsi l’antivento, i versi del suo conterraneo Dino Campana che ronzavano in testa: “Io vidi dalle solitudini mistiche staccarsi una tortora e volare distesa verso le valli immensamente aperte”. La forza della poesia contro i torti della ragione, la libertà del pensiero contro l’ottusità della burocrazia.
A differenza dell’autore dei Canti orfici, Chiarini non è ammattito. Si è solo un po’ lasciato andare coi peli: non le gambe – non scherziamo, gente…. – ma barba e capelli, che non rade da mesi. Più che un corridore pare un mezzo fricchettone. E chissà quante risate si è fatto babbo Vittorio, splendido gregario di Adorni, Bitossi e Nencini negli anni ’60. Par di sentirlo: “Dai Riccardo, ora che è finito tutto, smetti di fare il bischero e passa dal barbiere”.
E’ tempo di riattaccarsi un numero dietro la schiena con una forza nuova e una consapevolezza antica. Che per i ciclisti, più che la presunzione d’innocenza sancita dall’articolo 27 della Costituzione vale la vecchia massima del padre gesuita Ennio Pintacuda: “Il sospetto è l’anticamera della verità”. O della calunnia?
ECon